Storie di persone - 27 giugno 2023, 12:14

Internet è cambiata, vanno difese le garanzie democratiche

Internet è cambiata, vanno difese le garanzie democratiche

Internet fatta a pezzi. Sovranità digitale, nazionalismi e big tech” è il titolo del suo ultimo libro scritto assieme a Vittorio Bertola (ingegnere, esperto di policy e attivista per i diritti digitali), uscito per Bollati Boringhieri nel marzo del 2023.

Stefano Quintarelli, imprenditore informatico veronese, è considerato a livello internazionale un pioniere in sui temi della digitalizzazione. Da studente, a fine anni Ottanta, ha fondato la prima associazione telematica studentesca che ha realizzato la prima rete indipendente di posta elettronica in Italia. Nel 1994 ha fondato I.NET, il primo Internet Service Provider commerciale in Italia orientato al mercato professionale ed il primo unicorno (startup la cui valutazione supera 1 miliardo di dollari, ndr) internet italiano, che ha ospitato la prima sede del Milan Internet Exchange (MIX), il primo e principale punto di interscambio di traffico neutrale in Italia.

Tanti gli incarichi nel corso di una lunga carriera: è stato presidente dell’Advisory group on advanced technologies per il commercio e l’e-business per le Nazioni Unite (CEFACT), componente del Gruppo di esperti ad alto livello sull’Intelligenza Artificiale per la Commissione Europea e presidente del Comitato di indirizzo dell’Agenzia per l’Italia digitale. Già deputato nel Governo Monti, recentemente ha ideato Spid.

Quintarelli, partiamo dal libro, cosa troviamo al suo interno?

Il libro mette in fila quello che è accaduto attorno allo sviluppo di internet: le premesse iniziali, gli anni della grande crescita, i giochi di potere che ci sono stati, fino ad arrivare a un’analisi del presente, ma non solo. Guardando al recente passato, infatti, si capisce la situazione attuale e si può immaginare anche quello che accadrà in un prossimo futuro.

Perché internet è stata fatta a pezzi?

Internet fatta a pezzi significa che è stata lacerata rispetto al sogno originario. Quando iniziammo con i primi server web, ma ancora prima con Gopher, Archie o Veronica (primi protocolli e motori di ricerca, ndr) c'era questa idea che tutto era raggiungibile sempre e ovunque, che il web fosse davvero il World Wide Web, e purtroppo non è più così perché si sono venuti a definire e a creare dei recinti, delle divisioni e delle fazioni, dove ciascuno potere cerca di imporre e impone le proprie regole.

Perché si è arrivati ad avere una concentrazione di potere in mano a pochi gruppi di persone?

Quando si è iniziato a comprendere il potenziale commerciale e strategico di internet, le cose sono cambiate, gli Stati hanno cominciato a mettere delle regole e quindi a scavare dei solchi all'interno di questo spazio comune indiviso e, soprattutto, sono comparse grandi aziende, a partire dai primi anni Duemila, che hanno stravolto l’assetto iniziale.

Non siamo più così liberi ci sta dicendo?

Un esempio: se sto usando un servizio mainstream, ad esempio Gmail, una volta che ho inserito tutti i miei date e le mie email traslocare è difficilissimo.

In un’intervista all’Huffpost ha dichiarato che Google ha fagocitato internet. Intende questo?

Google ha l'impronta maggiore sugli usi e consumi da parte degli utenti. In questo senso si è fagocitata Internet. Oggi quasi tutti utilizzano Chrome. Le regole in materia di come funziona Internet dietro al nostro schermo in larghissima misura le fa il colosso statunitense.

Secondo lei ci sono soluzioni per tornare a una condizione originaria, primitiva, per rilanciare quello spirito pionieristico e liberale di cui lei ha potuto beneficiare?

Tornare indietro al modello delle università, luoghi di sviluppo dei primi protocolli aperti, è molto difficile, ma non è impossibile. Oggi potremmo trovare delle alternative, non è facile, è richiesto del “fitness tecnologico”, ovvero un po' di impegno per scoprire cose fuori dai giardini recintati. C'è comunque tutto un movimento culturale internazionale che si sta impegnando per mantenere vivo uno spazio indipendente, dove abbiamo la possibilità di non essere “depredati” dei nostri dati a fini commerciali.

Dati sempre più importanti.

Il modello di monetizzazione è basato in larghissima misura sulla pubblicità personalizzata. Perché una cosa sia personalizzata devo conoscere l’utenza, quindi se guardo la stessa moneta, l’altra faccia della pubblicità personalizzata si chiama sorveglianza, si chiama monitoraggio costante.

Vede pericoli su questo ultimo punto?

Non tanto perché queste aziende private non siano degne di fiducia o non facciano un buon lavoro, il problema è l'accumulo di informazioni e di potere. Il tema della privacy, tanto dibattuto ad esempio, a mio avviso è una garanzia importante non tanto per quello che viviamo adesso, ma per quello che accadrà in chiave prospettica: oggi non abbiamo rischi, ma che ne sappiamo che i nostri figli tra 20 anni saranno discriminati per qualcosa che abbiamo fatto noi oggi? Sembra improbabile, ma il nostro periodo di pace e democrazia è un battito d'ali nella storia dell'uomo. Dobbiamo preoccuparci che ciò che facciamo oggi non possa abilitare un futuro diverso, di discriminazione, selezione, sfruttamento…

Si sta affacciando nella nostra quotidianità l’intelligenza artificiale, come dovremmo porci nei suoi confronti?

Bisogna porsi in un modo molto realista, l'intelligenza artificiale è una metafora, non è una vera intelligenza, le macchine non imparano come impariamo noi, distillano modelli statistici dai dati che gli vengono forniti. Spesso forniscono anche degli errori, è necessaria in molti casi una sorveglianza umana. In generale, accolgo positivamente l’arrivo di queste nuove tecnologie: è tutto un continuo sviluppo che sta producendo dei risultati incredibili, siamo nelle condizioni di creare applicazioni di percezione, classificazione e predizione estremamente potenti che prima non potevamo fare.

Cosa dovremmo fare per prepararci al futuro?

Iniziare a salvare dati, se non ora, tra poco serviranno.

A proposito di dati, lei ha creato lo SPID.

Ci sono più di 35 milioni di utenti in Italia con lo SPID e l'anno scorso è stato usato più di un miliardo di volte. Possiamo affermare che faccia parte della realtà italiana. Ho iniziato a lavorare su questo progetto nel 2012 con l’idea di creare un sistema di autenticazione condiviso. Sono contento che stia funzionando perché è un sistema che pone molta attenzione ai diritti civili e alle garanzie democratiche. E vi assicuro che sarà necessario in futuro per tanti aspetti che riguardano la nostra vita, anche nelle relazioni commerciali tra privati. Come dicevo prima, le salvaguardie strutturali delle nostre istituzioni vanno costruite nei momenti di pace perché' ci difendano da possibili problemi futuri. Non è solo una questione tecnologica, ma di principi di governance.

Anche in questo caso ci potrebbe essere una concentrazione di dati e quindi di potere, o no?

Certo, ma c'è una differenza fondamentale che bisogna ricordare tra Facebook e lo Stato ed è che lo Stato ha il monopolio legale della forza e ti può mettere in galera, Facebook no. Quindi avere dei sistemi garantisti dal mio punto di vista è una cosa fondamentale.

 

 

Matteo Scolari

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