Storie di persone | 07 dicembre 2023, 16:22

L’età giusta per raccontarsi

L’età giusta per raccontarsi

Aveva solo 16 anni, Gigliola Cinquetti, quando salì sul palco del Teatro Ariston nel 1964 e vinse con la canzone “Non ho l’età (per amarti)”. La giovane cantante veronese strabiliò il pubblico e la critica non solo nostrana, ma internazionale, quando nello stesso anno diventò la prima italiana a vincere l’Eurovision Song Contest. Da allora, la giovane veronese di strada ne ha macinata: nel 1966 vinse un altro Sanremo con “Dio come ti amo” in coppia con Domenico Modugno e fu una delle prime cantanti italiane a essere entrate in classifica nel Regno Unito. Oggi, al netto di una carriera musicale - e di una vita personale - che non ha mancato di darle soddisfazioni, Gigliola Cinquetti si è riscoperta scrittrice: nel 2014 ha pubblicato il suo primo libro “Viaggio con lei” e a novembre 2023 è uscita con la sua autobiografia “A volte si sogna” (edito da Rizzoli). Un racconto a cuore aperto, in terza persona, in cui Cinquetti è riuscita a condensare una vita piena, appagante ma anche complicata, a partire dalla gestione di una popolarità troppo ingombrante per una sedicenne.

Gigliola, perché ha deciso di scrivere questa autobiografia in terza persona?

Perché me l’ha chiesto Rizzoli. Volevano che scrivessi qualcosa sulla mia vita e l’ho fatto. Ho deciso di scriverlo in terza persona perché mi ha consentito un certo distacco. Io non sono tipa da confidenze, quindi in prima persona non avrei raccontato assolutamente niente. Invece come “ghostwriter” di me stessa ho potuto raccontare di più di come vedo la mia vita.

L’attacco è molto diretto e racconta dell’incontro poco piacevole con Luigi Tenco, che la definì falsa, arrogante e perbenista. Come è stato ricordare e raccontare quell’episodio?

Io non lo riconobbi allora e infatti, nel libro, lo dico: sapevo solo che era un artista e che si chiamava Luigi. In quel periodo ero abituata a parlare con i fan e quando lo vidi venire verso di me gli feci un piccolo sorriso incoraggiante, perché mi aspettavo che volesse farmi i complimenti. Per quanto riguarda invece le cose che ha detto: era tutto legato a un mondo che adesso è difficile capire. Allora c'era un grande fervore rivoluzionario e c’era l'idea che l'arte dovesse essere qualcosa di incontaminato e di puro e quindi le case discografiche erano viste come il male assoluto. Quell’aggressione la considero una forma di ingenuità.

Tenco morì qualche anno dopo. Ha più avuto occasione di incontrarlo?

No, ma in ogni caso quell’incontro non ha lasciato una traccia particolare dentro di me.

Passiamo a Sanremo. Si ricorda ancora l’emozione di quando ha cantato per la prima volta sul palco dell’Ariston?

Sì, mi pareva di essere lì per una vacanza e di non dover far nulla di importante. La canzone, anzi, mi deludeva un po’ perché era troppo facile per me. Invece, poi, sono entrata in teatro ho sentito il panico, la difficoltà di affrontare una prova emotivamente impegnativa.

Lei ha esordito a Sanremo con “Non ho l'età” anche perché, in effetti, era ancora una ragazzina. Ma aveva l'età giusta per diventare così famosa?  

Forse no. Ma per me è stato tutto un caso e io credo di aver fatto lo slalom con il fato, nel senso che mi avvicinavo e mi allontanavo. Il mio percorso è stato un continuo confronto, a partire dall’accettazione del mio talento.

Si è mai pentita di aver intrapreso la sua carriera canora?

No, non mi sono mai pentita. Però, come dicevo prima, l'ho intrapresa fra mille dubbi, esitazioni, fughe e ritorni. Però l'ho intrapresa e adesso ne sono estremamente felice e sono grata dell’affetto che ancora oggi ricevo da tante persone.

Nel corso degli anni ha visitato tanti Paesi durante i suoi tour. Qual è quello che l'ha fatta sentire più a casa e quale quello in cui si è sentita più a disagio?

Mi sono sentita a casa in Francia, perché ci sono culturalmente vicina. Il Paese col quale ho avuto l'impatto più difficile, invece, è stato il Giappone e mi ero messa nell'idea di non tornarci più. Invece poi ci sono tornata prima con mia madre, poi con mio marito ed è stato bellissimo, mi ci sono affezionata molto.

E tornare nel 2022 all’Eurovision di Torino, come è stato?

Fantastico. È stato come chiudere un cerchio. Mi ha emozionato il fatto che tutto quel pubblico così giovane aveva voglia di cantare con me “Non ho l'età”. È stata una un'emozione bellissima.  

Lei nella sua carriera ha lavorato in ambiti diversi: è stata cantante, giornalista, presentatrice. Ora è scrittrice. Qual è la “veste” in cui si sente più a suo agio?

Come scrittrice mi sento molto a mio agio. Mi piace molto scrivere e il mio sogno è proprio quello di poterlo fare di nuovo, magari raccontando storie che non hanno neanche a che fare anche con la mia biografia, ma che possono prendere spunto dalle mie esperienze.  

E durante il tempo libero cosa fa?

Nel tempo libero mi dedico al giardinaggio, al mio cane e alla cucina.

Il suo piatto preferito?

La pasta e, in particolare, gli spaghetti. Sono la mia certezza, il pensiero che mi rassicura anche nei momenti di tensione (ride, ndr).

Torniamo ora alle origini e alla “sua” Verona. Quanto è stata importante per lei?

Anche leggendo il libro ci si accorge che Verona c'è ed è molto importante nella mia vita. La città e la Lessinia sono i territori della mia anima. Io vivo da più di quarant'anni lontano anche se ho fatto sempre la pendolare e continuerò a farlo.

Ha mai pensato di tornare?

No. Ci torno spesso, i miei figli sono nati a Verona e sono tutti bilingui: parlano dialetto veronese e romanesco, ma quando torno resto qualche giorno, non di più. Come certi alberi dell’Amazzonia io ormai ho solo radici aeree.

Se vuole raccontarcelo, qual è il ricordo d’infanzia più prezioso che conserva?

È una penna stilografica verde con il cappuccio cromato. Me la regalò mio papà quando all'ospedale mi ricucirono il naso perché a sette anni me lo ero spaccato il naso. E io fui bravissima perché non piansi mai. Quindi mio papà, per premio, mi regalò questa penna stilografica verde.

Giorgia Preti