Storie di persone | 13 marzo 2024, 09:53

Cronache (mediche) da Gaza

Cronache (mediche) da Gaza

Un buon lavoro in una bella città, una famiglia e una vita tranquilla certe volte non bastano. Così con un gesto “pazzo” per alcuni ed eroico per altri, si licenzia e abbandona tutto per diventare operatore umanitario nelle zone martoriate dalla guerra in tutto il mondo. Non è la trama di un romanzo. È la storia di Enrico Vallaperta, infermiere veronese che dal 2017 è tra le fila dei coraggiosi di Medici Senza Frontiere e che sta vivendo sulla sua pelle la tragica realtà del conflitto tra Israele e Hamas.

Perché ha scelto di cambiare radicalmente vita e diventare un operatore umanitario di Medici Senza Frontiere?

Sono un infermiere e amo la mia professione, per vent’anni ho lavorato in terapia intensiva all’ospedale di Borgo Trento e sono stato caposala al 118. Mi piace lavorare sotto pressione e in situazioni di emergenza, ma non mi trovavo più a mio agio nell’ambiente sanitario e quindi ho mollato tutto: sette anni fa mi sono licenziato e ho lavorato due anni a Londra sempre in terapia intensiva, da lì la scelta di portare il mio aiuto e la mia competenza nelle zone di guerra insieme a Medici Senza Frontiere. Sono stato in Iraq, Siria, Ucraina, Libano e di recente a Gaza. Ciò che mi spinge è la volontà di aiutare chi non ha alternativa, dare una possibilità a chi pensa di non averne.

Lei è stato per un mese in missione umanitaria a Gaza, tra i bombardamenti. Qual è lo scenario che si è trovato di fronte?

Dal 20 dicembre al 20 gennaio sono stato a Gaza come coordinatore e responsabile delle attività mediche. Nei primi 15 giorni ho lavorato all’ospedale di Al-Aqsa, nella zona centrale della regione dove ci siamo preoccupati per lo più di attività chirurgica di emergenza fino al 6 gennaio, quando abbiamo dovuto evacuare l’ospedale a causa dei bombardamenti: le operazioni di terra erano a 700 metri e le bombe cadevano a 150 metri. Troppo pericoloso. In fretta e furia abbiamo organizzato il trasferimento in un secondo ospedale nella zona a sud di Gaza, meno battuta dal conflitto. Tante le difficoltà, ma sicuramente tre sono i nodi principali che ci troviamo ad affrontare ogni giorno: in primo luogo la mancanza di spazio negli ospedali dove erano ammassati oltre 700 pazienti in appena 240 posti, oltre a migliaia di sfollati che si rifugiavano minacciati dai bombardamenti dormendo a terra. Gli altri due grandi problemi sono lavorare in sicurezza e reperire materiale medico-sanitario.

Che tipo di ferite o patologie vi trovate a curare nelle zone di guerra? Arrivano sufficienti aiuti?

Per ora non ci siamo mai trovati di fronte a situazioni estreme come operare senza anestesia, cosa che accade non di rado in zone di conflitto; ma abbiamo riscontrato serie difficoltà soprattutto nella gestione del materiale sanitario, tanto da dover ritardare le medicazioni il più possibile e usare medicinali per lo stretto necessario. In zone come la striscia di Gaza, medici e infermieri devono fare i conti principalmente con ferite di guerra: ustioni, fratture e traumi da schiacciamento oltre ad amputazioni. Non mi è mai capitato di dover curare così tante donne e bambini: non solo noi in prima linea, ma anche gli statisti confermano numeri altissimi di categorie fragili che non possono essere evacuate a causa dei confini blindati. Nessuno entra né esce, è una vera e propria prigione circondata da muri e la guerra è ovunque, perché a differenza degli altri conflitti, come in Ucraina, non c’è un fronte. In casi come questo il nemico più subdolo è la salute mentale, la depressione è dilagante e dobbiamo fare i conti con bambini che già a 5 o 6 anni evidenziano tendenze suicide. Per questo c’è costante bisogno di aiuti e rifornimenti anche se possono transitare solo 100-150 camion al giorno, un numero del tutto insufficiente per un dramma che coinvolge circa 2 milioni di persone.

Tra tutti gli eventi segnanti che ha vissuto ce n’è uno che ricorda in particolare?

Più che un evento è una persona, si chiama Osama e ha 6 anni. È il figlio del nostro autista che durante la notte è rimasto coinvolto in un bombardamento riportando diverse ferite e un trauma cranico che gli ha impedito di usare gambe e braccia. Nonostante fosse completamente immobile senza poter parlare, Osama continuava a sorridere con una voglia di vivere fortissima e contagiosa.

Quando torna a Verona vive una quotidiana estremamente diversa, come se si spostasse in due mondi…

Ognuno vive la vita che ha la fortuna di avere, non trovo affatto ridicolo discutere sulla polemica dei carri di carnevale quando dall’altra parte del mondo si muore di fame: è solo questione di prospettiva e di quotidianità. Sicuramente ciò che mi dà la forza di affrontare le emergenze è sapere che quello è il mio lavoro in una parentesi temporanea, la mia casa e la mia città sono da un’altra parte.

Quali sono i suoi progetti futuri?

A breve partirò per il Sudan e rimarrò dai due ai tre mesi per organizzare le attività mediche nella capitale. Sarà un’altra importante esperienza che porterò a termine con dedizione, esattamente come dovrebbe essere per chi svolge professioni sanitarie: aiutare significa agire nel quotidiano ricordandoci sempre che l’altro non è solo il vicino di casa, il veronese o l’italiano; l’altro è in tutto il mondo e ha sempre bisogno di aiuto.

Erika Funari