Storie del territorio - 04 luglio 2024, 10:06

Raffaello Bassotto e il suo studio/archivio capolavoro

Il racconto e l'emozione di Daniela Cavallo, entrata nello studio dell'artista e fotografo Raffaello Bassotto.

Foto di Andrea Pancino

Foto di Andrea Pancino

Un vecchio palazzo, in quella parte di città che i francesi nel 1801, dopo il Trattato di Luneville che divise in due Verona, cominciarono a chiamare in modo dispregiativo  “Veronette”, dove c’erano gli austriaci. Sai già che dietro la facciata ci sarà qualcosa  di straordinario, perché è così in molti altri palazzi vicini apparentemente composti e sobri, con quell’aria malinconica e retrò, dove non è ancora passata la mano di  qualche architetto o impresa a togliere i fantasmi, l’anima.  

Il portone si apre su un androne affrescato (o forse tempere ottocentesche) e nella  parte più in fondo un giardino: quell’idea di avere un piccolo pezzo di paradiso  quotidiano “concluso”. Le decorazioni dipinte a finte architetture e statue alle pareti ti  invitano a salire le scale, e in questa scenografia, dal pianerottolo si affaccia il  protagonista del nostro incontro, come parte dell’opera: Raffaello Bassotto.  

Vengono in mente gli affreschi di Villa Barbaro a Maser, dove Paolo Veronese gioca a  far fare capolino tra le architetture dipinte coi padroni di casa: sapore veneto.  Il sapore del luogo è di “casa”, di intimità, di entrare nella pancia della balena come  fa Pinocchio, di sancta sanctorum del fare dell’artista o fotografo che sia; sì perché ti aspetti delle foto e ti ritrovi circondato da arte in tutte le sue forme di  contaminazione. Raffaello Bassotto ci accoglie quasi incuriosito di questa visita, di un interesse che in fondo non si aspetta, anche se è un nome noto nel mondo della  fotografia d’autore, non solo veronese.  

Senza parole, restiamo sorpresi, meravigliati affascinati da un luogo che è tale per  davvero, pieno di fili invisibili, come quelle fotocellule per cui ti devi muovere con  molta attenzione, dove ogni oggetto, ogni arredo, il pavimento con le macchie di  colore, le pareti con affreschi scialbati monocromi mai restaurati, il frigorifero anni  cinquanta con sopra una fruttiera, il divano opaco di pelle nera, gli sgabelli  arrugginiti, una lampada ricomposta a scanalature, un mobile d’archivio con sopra  una casuale natura morta di oggetti di latta, tutto!, dialoga con fotografie che  sembrano pitture, e tutto ciò che è frutto della creatività di colui che adesso a tutti gli  effetti appare come artista, oltre la fotografia come tecnica, ma sguardo profondo  nell’anima delle cose. Ci accorgiamo muti di avere di fronte qualcuno che ha scavato  nell’anima del mondo e ce ne mostra i pezzi.  

Con Andrea Pancino l’idea era quella di un’intervista, io con le parole, lui con le  immagini, scoprire il mondo di Raffaello Bassotto, ma siamo rimasti scoperti noi,  nudi, privi di difesa di fronte a questa tela di ragno fatta di bellezza e significati veri,  profondi, intimi dell’arte nelle sue lingue molteplici. Finalmente. 

Lo scambio è profondo, basta una nota perché la partitura del discorso sia subito cibo  per le nostre menti e per il cuore, ed incipit per il nostro. Bassotto ci spiega questo  suo mondo, fatto di una fotografia che non è più sufficiente e diventa collage papier  con disegni, libri antichi, e intelligenza artificiale. Non puoi non notare la serie di “Ex  voto” e reliquie che giureresti essere dipinti dalla luce di caravaggesca memoria,  invece c’è la fotografia che diventa altro da sé. Qui il passato è già futuro, non  superficiale e scontato, ma viscerale, a volte un necessario salto nel buio, è libertà,  quella che solo la vera arte può dare, un readymade ancestrale.  

Viene in mente l’opera di Joseph Beuys segnato dalla ricerca di un'armonia superiore  tra uomo e natura che spingerà molti critici ad attribuirgli l'appellativo di "sciamano"  dell’arte.  

Si, si respira una dimensione superiore, magica, ovvero quella concezione arcaica del  mondo e dell'universo, al cui centro è la figura dello sciamano, intermediario  professionale che opera da tramite tra il mondo degli uomini e il mondo degli spiriti,  dell’anima delle cose: l’artista.  

Bassotto conclude confidandoci che forse proprio questo luogo, scrigno, unicum,  somma di quarant’anni di pensieri, azioni ed emozioni che si impastano con lui e con  lo spazio, è il suo vero capolavoro. Condividiamo pienamente, entrarci è un’esperienza mistica, dove l’arte, fotografia o  pittura che sia, è la parte sacra dell’umanità.

Daniela Cavallo

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