Storie di persone | 19 novembre 2019, 15:34

La Barcaccia, uno dei grandi amori di Roberto Puliero

La Barcaccia, uno dei grandi amori di Roberto Puliero

L’intento primario di

quel valente gruppetto di attori, che nel 1969 decise di fondare una compagnia

teatrale di qualità a Verona,– parole di Roberto Puliero - era «quello di

costruire una solida struttura organizzativa, in grado di assicurare vita duratura

alla Compagnia… e la possibilità concreta di fare, di studiare e di produrre

teatro con sicurezza e continuità». Tutto questo in un’epoca, alla fine degli

anni Sessanta, in cui «le iniziative sporadiche di questo o quell’animatore

erano solite costituire di volta in volta compagnie che, assemblate per

l’allestimento di un particolare spettacolo, poi si scioglievano al termine

delle poche recite in programma».

A giudicare dal

traguardo raggiunto in questo 2009, ovvero il quarantesimo anno di attività della

Barcaccia, possiamo senz’altro affermare che quell’auspicio iniziale si è concretizzato

negli anni in una solida, vincente e acclamata realtà. Quattro decenni di

spettacoli nei teatri del veronese e del Veneto senza mai dimenticare il

pubblico dei quartieri, dei paesi, delle frazioni. Un rapporto di

professionalità, non solo di amicizia, tra attori che garantisce un alto

livello qualitativo e fortifica il rapporto davvero speciale con le platee e

con il pubblico. 

Maestro Puliero, quarant’anni di Barcaccia e una vita vissuta

sul palcoscenico: possiamo partire con lei, vista la sua esperienza, da

un’analisi del teatro inteso come mezzo di comunicazione? Come resiste il

teatro nell’era della digitalizzazione?

Il teatro sta vivendo

un momento contraddittorio. In un periodo storico in cui tutta la comunicazione

è virtuale, parliamo di internet, di sms, di social network…lo spettacolo

teatrale avrebbe modo di imporre tutta la sua peculiarità, la sua

tridimensionalità che gli permette di essere la forma d’arte che più si

avvicina alla vita reale. Purtroppo il teatro sembra perdere questa clamorosa

occasione, perché mancano gli autori che una volta vivevano all’interno della

compagnia, conoscevano la tecnica teatrale, e non erano soltanto grandi

scrittori. Oggi molti autori vengono fagocitati dalla fiction o dalla

pubblicità. Altro aspetto: il teatro non appare più in televisione da molto

tempo: fino a trent’anni fa venivano trasmesse due opere in televisione

appositamente registrate per i palinsesti televisivi. Le rare immagini che passano

in tivù oggi sono astruse perché sono situazioni adatte a una platea teatrale,

non a un pubblico eterogeneo e televisivo. Il teatro ha perso quell’alone di

unicità che aveva in passato, tuttavia permane attorno ad esso un grande

entusiasmo, soprattutto da parte dei ragazzi, dei giovani, che lo vogliono, ad

esempio, nelle scuole. Si può parlare quindi di un’attrazione istintiva, e più si

tiene alta la qualità - come cerchiamo di fare noi da tanti anni - e più la

partecipazione è crescente. Non vanno bene certi eccessi quali sperimentalismi

d’avanguardia, che in realtà diventano retroguardia più retriva che rischia di

essere d’elite e non comprensibile a tutti, oppure un teatro fatto in modo

sciatto, come le piccole compagnie che si trovano soltanto per passare del

tempo insieme.

Cosa intende per teatro sciatto?

L’errore di molte

piccole compagnie è pensare che la tecnica non conti o conti poco. Io, per dire,

non so suonare e non mi improvviso musicista, ma c’è gente che non sa parlare e

recita in teatro. Esiste un modo di approcciarsi, uno studio approfondito del

modo di porsi, del modo di parlare, di muoversi. Le norme del teatro si possono

anche spiegare in un pomeriggio, ma è necessario conoscerle e applicarle. E di

pari passo non esiste più una critica teatrale: vent’anni anni fa, quando

sapevo che Carlo Bologna, Carlo Terron o Bruno De Cesco avevano scritto una

recensione su di un mio spettacolo, tremavo all’idea di prendere il giornale, e

non perché fossi più giovane, ma perché le opinioni di quelle persone mi

interessavano. Se ti dicevano bravo, lo eri sul serio. Adesso so in partenza

che tutti diranno che uno spettacolo è bello. Sono critiche al consenso, prive

di spessore. La “Barcaccia” è la più vecchia compagnia della città, ma allo

stesso tempo la più giovane nel suo organico, con un età media degli attori molto

bassa; io cerco di insegnare ai giovani le tecniche, ma oltre a me non hanno

altri riscontri esterni per cercare un confronto. Di teatro se ne parla in modo

sempre molto generico o banale.

Un ricambio generazionale importante e continuo? È forse

questo uno dei segreti che permette alla Barcaccia di ‘navigare’ da 40 anni?

Negli ultimi anni sono

entrati molti giovani, ragazzi di diciotto, vent’anni. In genere, quando

vengono da noi, o scappano via subito perché il ritmo di lavoro è intenso – presentiamo

circa 120 spettacoli l’anno - oppure rimangono dimostrando attaccamento, gioia

e passione. Nel marzo del 1969, quando fondammo la Compagnia (io ero il più

giovane tra gli attori di allora e oggi sono l’unico superstite nel Gruppo),

fissammo delle norme che avrebbero garantito una continuità, una possibilità

concreta di fare, di studiare, di produrre teatro, in modo da andar oltre le scelte

o i capricci individuali che avrebbero compromesso la vita stessa della

Barcaccia. In questo modo la compagnia è riuscita a sopravvivere a lungo, anche

quando se ne andarono attori importanti.

Lei parla di norme, ci faccia un esempio.

Fin dall’inizio io e i

miei colleghi abbiamo eliminato dal nostro vocabolario il concetto di teatro

amatoriale, perché è contraddittorio. Fino a pochi anni fa, io e dei miei amici

giocavamo a calcio a livello, appunto, amatoriale: ci divertivamo tantissimo, e

giocavamo malissimo, ma non pretendevamo certo che la gente venisse a vederci.

Fare l’attore amatoriale, o ritenersi tale, è un paradosso: perché fare teatro

per il mio divertimento non ha senso. Il teatro esiste solo nel momento in cui

si crea un rapporto tra l’attore e il pubblico. Ecco, la nostra longevità come

Barcaccia è dovuta proprio al fatto che i nostri rapporti sono improntati sulla

professionalità: se un mio amico è ‘strasso’ come attore non posso accettarlo,

devo far teatro con una persona che magari non mi è simpatica o che odio addirittura,

ma che sul palco ci sappia stare.

Qual è un consiglio che darebbe fin da subito a chi intendesse

avvicinarsi al palco?

Avere obiettivi chiari:

con il teatro non si diventa famosi. Se questo è lo scopo per un giovane

d’oggi, gli conviene andare al Grande Fratello o se è una ragazza provare a

fare la velina. Chi sceglie di far teatro deve cimentarsi sotto la guida di una

persona che lo segua costantemente: ci sono anche di corsi, buoni, ma spesso

sono tenuti da attori falliti o disoccupati in cerca di soldi che non avvertono

i ragazzi che non si diventa attori partecipando e finendo un corso. Ci sono

delle regole importanti e utili da imparare e da carpire, soprattutto da chi ha

fatto cose importanti: fare teatro è un lavoro di grande serietà.

Maestro, lei ritiene di aver avuto un giusto riconoscimento

da Verona e dai veronesi in tutti questi anni di onoratissima carriera?

C’è il famoso detto

che dice che nessuno è profeta in patria. Devo dire, invece, che sento attorno

a me l’affetto della gente, ed è un sentimento ricambiato perché io amo

veramente il mio pubblico. Due anni fa al Teatro Romano recitammo ‘La putta

onorata’ e quando entrai in scena ci fu un applauso incredibile: ricordo ancora

che dissi a mia moglie che a quel punto avrei anche potuto morire.

Il rapporto con le

istituzioni non è altrettanto soddisfacente: noi non chiediamo soldi o

patrocini come fanno molte altre compagnie che alimentano un sottobosco fatto

di appoggi politici, anche a fronte di scarsi meriti artistici. Penso che

sarebbe assolutamente normale che di fronte ai nostri numeri, da chi di dovere,

ci venisse almeno chiesto: «Puliero sa fasio st’ano?». Questa richiesta non

esiste proprio. Forse anche per colpa nostra, perché non abbiamo mai domandato

niente a nessuno; nessuno ci ha mai dato niente, anzi, in questi anni abbiamo

anche gestito dei teatri a beneficio della città.

Vorrebbe un’attenzione diversa da parte delle istituzioni?

È un problema loro non

nostro: io sarei contento se qualcuno ci mettesse a disposizione un teatro, lo

accetteremmo, però è straordinario anche essere liberi. In tutti questi anni avrei

potuto andare a Roma o Milano, ma ho preferito rimanere a Verona: io la vedo

come una scelta di grande libertà. Molti attori teatrali sono disoccupati e devono

accettare parti che non farebbero mai. Io invece non ho la pretesa di vivere

col teatro e sono libero di fare ciò che voglio. Sono comunque un attore

professionista perché ricevo uno stipendio per le serate in tivù, ma dal teatro

non ricavo nulla, anzi ci rimetto. Potrei anche rappresentare delle opere a due

o tre attori, tanto di moda oggi, invece preferisco allestire dei colossal come

‘La putta onorata’, con 22 attori. Anche questa, a mio avviso, è libertà.

Dove trova gli stimoli per continuare, per andare avanti?

Il teatro è una scelta

di vita di cui non mi son mai pentito. Mi capita di recitare la parte del

‘paiasso’ in alcuni spettacoli, per i quali vengo pagato, e bene, ma se dovessi

scegliere, non avrei dubbi: farei sempre teatro.

Maestro, come si prepara per una serata, come vive le ore

precedenti lo spettacolo?

Quando recito non

vorrei mai essere da un’altra parte, se non lì, davanti al nostro pubblico:

arrivo sempre in ritardo agli appuntamenti, ma in teatro mi preparo sempre due

ore prima. Pulisco il palco, mi gusto lo spazio, spio la gente e parlo con

loro; è il modo di comunicare che più mi si addice e che più mi entusiasma.

Recitare è come sognare tenendo i piedi per terra: vivi un’altra vita,

interpreti altri personaggi e li controlli… questa è una cosa che non esiste

nel cinema o alla televisione.

Sappiamo che lei è stato insegnante di lettere per molti anni

alle scuole medie…

A me piaceva insegnare.

Ho smesso dieci anni fa perché non riuscivo a far tutto. Crescere i ragazzi è

come crescere dei figli, vederne i progressi, far scoprire cose nuove anche se

poi prendono altre strade. Così faccio ora con i miei allievi della Compagnia.

Il rammarico più grande, però, è che trent’anni fa c’era un’attenzione diversa,

oggi parli ai ragazzi di Valeria Moriconi e non sanno neanche chi sia.

C’era più qualità,

mentre oggi vi sono attori scarsi o incapaci, soprattutto in televisione, protagonisti

di certe fiction…Il mio insegnante mi diceva sempre che a recitare sottovoce

sono capaci tutti e questi in tivù parlano sussurrando. Sul palco a volte si deve

comunicare qualcosa anche a gente che è a cento metri di distanza e quindi ci

deve essere per forza uno studio di tecnica, di passione, di sfumature, di comunicazione.

Lo studio e la tecnica sono supportate oggi da un’editoria

teatrale all’altezza?

Difficoltà enorme

trovare testi nuovi, è una cosa terribile. Quando avevo trent’anni si leggevano

tre ottime riviste di teatro: il Sipario, il Dramma e il Dotto. Su queste pubblicazioni

c’erano uno o due testi di ottimi autori; quindi a fine mese avevo cinque o sei

testi nuovi, da provare. Oggi si fa più fatica: in libreria si trova solo Goldoni,

Shakespeare e Pirandello… è venuta a mancare negli anni un’editoria teatrale, e

di conseguenza una base solida sulla quale partire.

Oltre che attore e insegnante, lei si è occupato di

giornalismo televisivo e radiofonico, sempre con quella sua grande capacità di

attrarre l’attenzione del pubblico… 

Le radiocronache mi

hanno dato popolarità. Costituiscono un fatto giornalistico, è vero, ma ho

sempre cercato presentarle sotto forma di spettacolo: da anni incontro delle

vecchiette che mi dicono «Puliero, non capisso niente de balon, ma me godo come

na mata a sentirte».

Maestro, un’ultima domanda: le rimane ancora un sogno nel

cassetto?

Direi di no, perché

fare teatro vuol dire sognare in continuazione: mi auguro forse di poter

trovare sempre testi nuovi su cui lavorare. Poi devo aggiungere che il teatro è

una ricchezza straordinaria perché mi permette di pensare a quale personaggio

scegliere quando avrò 86 o 87 anni: il teatro ti consente questo. Quando reciti

stai sempre insieme ai ragazzi e parli con loro e sei loro amico anche se ci

sono tra me e loro parecchi anni di differenza. Recitando insieme, in fondo, è come

stare sulla stessa barca, anzi…Barcaccia.